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Articoli Taggati ‘Certezza’

Usci, Perchi e Princi

scritto da Profeta Incerto
Nov 15

C’erano una volta tre ragazzi1: uno cercava l’uscita, l’altro il perché, e il terzo il principio. Si chiamavano Usci, Perchi e Princi. I tre ragazzi vivevano in cima a un bassifondo, non sospettavano l’esistenza l’uno dell’altro e questo dispiaceva molto a tutti e tre.

Un giorno Perchi incontrò finalmente Usci seduto sul pianerottolo di casa. Ecco il breve dialogo che si svolse tra i due.

Usci – Mi chiamo Usci, sto cercando il modo di uscire.
Perchi – Perché?
Us. – Perché lo spazio mi opprime.
Pe. – Vorrei aiutarti, ma non so come.
Us. – È molto semplice, indicami una soglia che nessuno sappia dove conduca.
Pe. – Sei fortunato, proprio stamani ho scovato dietro un mobile una porticina di cui non mi ero mai accorto. Era chiusa, né sono riuscito a sbirciare dal buco della serratura.
Us. – Vorrei controllare che non sia l’uscita che cerco.
Pe. – E se lo fosse?
Us. – La imboccherei senza nessun indugio.
Pe. – Accomodati pure, questa è la mia casa.

La notte precedente Usci aveva conosciuto Princi, che sospirava affacciato ad una bassa finestra.

Princi – Io sono Princi, e non capisco come le cose possano essere incominciate.
Usci – Per capire le cose occorre guardarle dal di fuori, ecco perché io cerco l’uscita.
Pr. – Ma non è forse l’uscita qualcosa in cui di fatto occorre entrare?
Us. – Che vuoi dire?
Pr. – Che ovunque vai, vai dentro, e più vai più ti insinui. Ecco dunque come le risposte vadano cercate piuttosto all’inizio.
Us. – In che modo?
Pr. – Per esempio domandando a tutti coloro che incontriamo di rivelarci il primo e più lontano ricordo della loro esistenza.
Us. – E tu ne hai raccolti abbastanza?
Pr. – Forse mi manca soltanto il tuo.
Us. – Preparati ad ascoltarlo.

Poche ore prima Princi e Perchi si incrociavano sulle scale di casa.

Perchi – Perché cerchiamo certezze? E se la verità fosse un dubbio?
Princi – La verità si trova, esplicita, al principio delle cose.
Pe. – La risposta a tutti i perché starà non già al principio bensì alla fine.
Pr. – Ma la risposta, l’hai detto tu stesso, potrebbe essere una domanda, e le domande stanno all’inizio.
Pe. – Mmm. Nel dubbio dividiamoci i compiti.
Pr. – Io seguiterò a cercare il principio.
Pe. – E io, se è la fine che devo conoscere, la aspetterò qui, seduto sul pianerottolo di casa. A proposito – sorrise – io mi chiamo Perchi.
Pr. – E io Princi.

I due si diedero la mano da buoni amici ed ognuno proseguì per la sua strada.

Nella foto: ok, il povero Escher è strabusato,
ma si dà che quell’immagine sia esattamente il
racconto di cui
la presente parabola è l’illustrazione.

  1. Parabola tratta da: P.INCERTO, C’era una volta che un giorno crollò, ASSUMMA, 2002, p.41. []

Il Gioco dei Perché

scritto da Profeta Incerto
Apr 9

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Paradosso della Ragione Umana: se
non c’è
un perché, ci dev’essere un perché.
(P. Incerto)

Ai bambini piace domandare perché: perché questo, perché quello, perché là, perché qua, perché su, perché giù…

Per sfogare questo dirompente impeto conoscitivo che dopo qualche minuto di tenera accondiscendenza rompe invero rapidamente i coglioni, gli adulti possono ricorrere al cosiddetto “Gioco dei Perché”.

Funziona così: si prendono due bambini particolarmente dotati nel gratinare le gonadi e si mettono uno di faccia all’altro; il primo comincia domandando il perché di una qualsiasi cosa; qualunque risposta ottenga chiederà il perché di quella risposta, poi il perché della risposta al nuovo perché e così via. Quando l’altro non sa più cosa rispondere passa il turno. Il gioco finisce quando i due si accasciano al suolo privi di forze.

C’ho messo qualche anno per capirlo ma il gioco dei perché è uno degli strumenti filosofici più potenti che esistano.

Il suo inesorabile incalzare potenzialmente senza fine1 dimostra in maniera intuitiva e senza ricorso ad argomenti encefalici che… mmm, vediamo un po’… sì, che tutta la conoscenza umana non ha alcun fondamento razionale.

Per non dilungarmi in esempi barbosi ho ideato il piccolo chatbot2 qua sopra, sapientemente modellato a mano nei bit dal prezioso Colapsydo (richiede Flash player).

E’ sufficiente inserire nella stringa una vostra certezza di qualunque genere: matematica, scientifica, religiosa, finanziaria, sessuale e il programma, attraverso un sofisticato algoritmo basato sul dialogo con un bambino di quattro anni, vi mostrerà in pochi colpi che quella che voi giudicavate una verità assoluta è invece assolutamente priva di visibili fondamenta, il che badate bene non significa che non ce le abbia, ma solo (solo) che non sono alla portata della nostra Ragione.

Qual è il Senso della Vita?… C’è Dio?… Perché esiste qualcosa anziché niente?…

Quali che siano le Risposte a queste domande fondamentali (e a tutte le altre) il Gioco dei Perché dimostra che esisteranno sempre altre domande, ovvero, in altre parole, che non possono esistere Risposte Definitive.

Bum.

E quindi?

(E quindi cosa?)

Ah, sì… E quindi, cari adulti raziocinanti, siete sicuri di non essere voi quelli che giocano, mentre i bambini in realtà fanno alta filosofia?

Mi faranno notare i più cagaca… puntigliosi, che il suddetto chatbot manifesta seri problemi linguistici, ma li manifestano anche i bambini di quattro anni, e se è per questo pure quelli di trentaquattro, quindi per favore smettetela di caga… di puntigliare3.

Nella foto: il Gioco dei Perché
(o Generatore di Incertezza,
che
come nome mi piaceva pure).

  1. Si tratta effettivamente di un tipico regresso all’infinito (n.d.Esegeta). []
  2. Un simulatore di conversazione, ce ne sono a centinaia sul web, alcuni di valore storico come Eliza di Joseph Weizenbaum (n.d.Esegeta). []
  3. Il cazzo. []

Cogito Ergo Cogito

scritto da Profeta Incerto
Apr 9

René Descartes

Estroplabio1 era un ragazzo di 18 anni, bruttarello, senza nessuna dote particolare e con un unico svago: il violino, perché la mamma adorava il concerto in RE maggiore Op.35 di Ciaikovski, che tanto lui non sapeva suonare.

Un giorno questo ragazzo si iscrisse, e chissà perché, alla facoltà di filosofia della sua città, incappando per caso in un corso sul dubbio sistematico di Cartesio.

Dinanzi per la prima volta alla celeberrima sentenza cartesiana “cogito ergo sum” (penso dunque sono, per i bifolchi) Estroplabio ne rimase folgorato.

Capì che l’unica cosa della quale si può essere razionalmente certi è il proprio pensare, e dunque, la propria esistenza.

Di tutto il resto, il mondo, la gente, questo blog, l’universo, niente ci garantisce che non sia soltanto un’illusione dei sensi, una sorta di gigantesco inganno ordito da chissà chi e chissà a quale scopo.

Ne conseguiva che al mondo c’era un’unica cosa sensata da fare: dubitare.

E da quel giorno, per l’appunto, Estroplabio cominciò a dubitare.

Dubitò dell’esistenza dei suoi compagni dell’università, dubitò della stessa università, dubitò del cielo e della terra, dubitò di questo, dubitò di quello.

Smise di frequentare i corsi, smise di suonare il violino, con gran dispiacere della mamma, della quale peraltro non gli interessava più niente dato che probabilmente non esisteva affatto.

Decise di passare il resto dei suoi giorni (supposti), chiuso (forse) nella sua (sospetta) cameretta, a dubitare.

Uno sciaguratissimo giorno iniziò a intravedere la fregatura: gli venne infatti il dubbio che Cartesio stesso, colui che gli aveva rivelato la finzione che lo circondava, non fosse realmente mai esistito.

Da allora cominciò a dubitare della effettiva validità del dubitare, dubitando contemporaneamente dei suoi stessi dubbi sulla validità del dubbio (dubbio che, negli ultimi tempi, era stata la sua unica certezza).

Estroplabio si trova oggi rinchiuso in una clinica psichiatrica privata.

A chi gli fa visita ama ripetere di essere una persona felice, ciò per il fatto – sostiene – di avere finalmente raggiunto una Certezza con la “C” maiuscola: Cartesio, sia esistito o meno, era indubitabilmente uno stronzo.

Nella foto: un cogitabondo René Descartes
(Renato Cartesio, per il Bignami)

  1. Il Profeta Incerto ringrazia il Gigli per il nome Estroplabio (N.d.Esegeta). []