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Articoli per la categoria ‘Metafisica e Metamatica’

Tutto Scorre. Già.

scritto da Profeta Incerto
mag 4

Opera dell'architetto Simon Slavina

Tra i motivi dell’agire umano, oltre alla fica, al potere, ai soldi, c’è quello di voler essere ricordati.

Quando muore definitivamente una persona? Quando nessuno si ricorda più di lui. Ecco perché si fanno le scoperte scientifiche, i capolavori dell’arte, le stragi a scuola.

Ma per quanto a lungo è possibile tramandare il proprio ricordo?

Quali sono i supporti più affidabili per conservare la propria memoria?

Gli sfigati oggi si affidano alla rete, gli illusi alla carta, i più ambiziosi alla pietra1.

Ecco, sì, la pietra… uno tira su un monumento, una cosa, una piramide, quella sta su per sei, settecento, settemila anni, che quasi uno ci crede… poi un bel giorno un terremoto, un meteorite, un accidente, e addio. E state sicuri che prima o poi succede. Non sarà oggi, non sarà domani, ma un giorno laddove in questo momento vivete, dormite, lavorate e toccate ferro ci saranno soltanto macerie e fossili, e poi manco più quelli.

Tutto ciò che amate, ciò che odiate, i vostri ricordi, i vostri capelli, la vostra specie… Tutto pare destinato a perdersi tra gli inesorabili cicli umani e quelli cosmici.

Dunque non esiste alcuna memoria che non sia deperibile?

In realtà, ecco, qualcosa del genere c’è.

L’universo, per esempio, ha una propria memoria, in un certo senso l’universo è la sua propria memoria, una memoria diffusa ovunque nello spazio-tempo.

Come tutti sapete (o state per sapere, che fa lo stesso) ovunque uno guarda, guarda nel passato: ogni cosa che ci circonda ci appare tanto più vecchia quanto più tempo la sua luce emessa o riflessa ha impiegato per raggiungerci. Naturalmente questo effetto è più evidente per le distanze siderali2.

Se in questo momento un abitante di Alfa Centauri – quattro anni luce di distanza – puntasse i suoi occhi acuminati verso la Terra osserverebbe il nostro presente di quattro anni fa a quest’ora, io mi stavo pomiciando una, pure discreta, e intanto ultimavo questa sfavillante parabola.

Da un pianeta situato a 65 milioni di anni luce potremmo essere, oggi, testimoni diretti dell’estinzione dei dinosauri. Allo stesso modo noi adesso, da qua, possiamo ipoteticamente sbirciare la preistoria di qualche civiltà attualmente avanzatissima.

Tutto quello che facciamo genera onde di presente che si propagano nell’universo alla velocità della luce, a beneficio di chiunque sappia e voglia raccoglierle3.

Potenzialmente nessun istante se ne va mai perduto. Tutto quello che siamo e diciamo e facciamo, compreso ciò che abbiamo dimenticato o nascosto o cancellato per sbaglio dall’hard disk, esiste, ora, in qualche luogo-periodo dello spazio-tempo.

Se considerassimo l’intero universo in blocco potremmo dire che tutti gli istanti della storia passata sono simultaneamente presenti.

Insomma, per farla lesta: tutto resta, quindi è inutile che vi agitate tanto4.

Il problema, casomai, è proprio cancellare le tracce.

Appunti per un film di fantascienza: gli scienziati sviluppano una tecnica che permette di osservare qualunque istante del passato della Terra tramite il riflesso su certi corpi astrali posti alla giusta distanza. Un’associazione filantropica fondamentalista, in nome della privacy e del diritto all’oblio, si oppone organizzando un piano per la distruzione dell’universo e della sua indiscriminata memoria. Il film finisce subito dopo la fine dell’universo. Questo genera un paradosso che fa finire l’universo.

Nella foto: opera dell’architetto Simon Slavina,
che frustrato dall’idea che prima o poi tutto
va in pezzi costruisce direttamente rovine.

  1. Figli? (N.d.Esegeta). []
  2. Ciò non toglie che anche se portate al polso l’orologio più preciso al mondo, quando lo guardate sarà sempre un pochino indietro. Ah, inoltre chiunque, e non solo Lucky Luke, può sparare un pochino più veloce della propria ombra. []
  3. E voi che ancora vi preoccupate delle impostazioni della privacy di Facebook. []
  4. Il Profeta tralascia la possibilità che anche l’universo sia destinato prima o poi a finire (n.d.Esegeta). []

Il Gioco dei Perché

scritto da Profeta Incerto
apr 9

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Paradosso della Ragione Umana: se
non c’è
un perché, ci dev’essere un perché.
(P. Incerto)

Ai bambini piace domandare perché: perché questo, perché quello, perché là, perché qua, perché su, perché giù…

Per sfogare questo dirompente impeto conoscitivo che dopo qualche minuto di tenera accondiscendenza rompe invero rapidamente i coglioni, gli adulti possono ricorrere al cosiddetto “Gioco dei Perché”.

Funziona così: si prendono due bambini particolarmente dotati nel gratinare le gonadi e si mettono uno di faccia all’altro; il primo comincia domandando il perché di una qualsiasi cosa; qualunque risposta ottenga chiederà il perché di quella risposta, poi il perché della risposta al nuovo perché e così via. Quando l’altro non sa più cosa rispondere passa il turno. Il gioco finisce quando i due si accasciano al suolo privi di forze.

C’ho messo qualche anno per capirlo ma il gioco dei perché è uno degli strumenti filosofici più potenti che esistano.

Il suo inesorabile incalzare potenzialmente senza fine1 dimostra in maniera intuitiva e senza ricorso ad argomenti encefalici che… mmm, vediamo un po’… sì, che tutta la conoscenza umana non ha alcun fondamento razionale.

Per non dilungarmi in esempi barbosi ho ideato il piccolo chatbot2 qua sopra, sapientemente modellato a mano nei bit dal prezioso Colapsydo (richiede Flash player).

E’ sufficiente inserire nella stringa una vostra certezza di qualunque genere: matematica, scientifica, religiosa, finanziaria, sessuale e il programma, attraverso un sofisticato algoritmo basato sul dialogo con un bambino di quattro anni, vi mostrerà in pochi colpi che quella che voi giudicavate una verità assoluta è invece assolutamente priva di visibili fondamenta, il che badate bene non significa che non ce le abbia, ma solo (solo) che non sono alla portata della nostra Ragione.

Qual è il Senso della Vita?… C’è Dio?… Perché esiste qualcosa anziché niente?…

Quali che siano le Risposte a queste domande fondamentali (e a tutte le altre) il Gioco dei Perché dimostra che esisteranno sempre altre domande, ovvero, in altre parole, che non possono esistere Risposte Definitive.

Bum.

E quindi?

(E quindi cosa?)

Ah, sì… E quindi, cari adulti raziocinanti, siete sicuri di non essere voi quelli che giocano, mentre i bambini in realtà fanno alta filosofia?

Mi faranno notare i più cagaca… puntigliosi, che il suddetto chatbot manifesta seri problemi linguistici, ma li manifestano anche i bambini di quattro anni, e se è per questo pure quelli di trentaquattro, quindi per favore smettetela di caga… di puntigliare3.

Nella foto: il Gioco dei Perché
(o Generatore di Incertezza,
che
come nome mi piaceva pure).

  1. Si tratta effettivamente di un tipico regresso all’infinito (n.d.Esegeta). []
  2. Un simulatore di conversazione, ce ne sono a centinaia sul web, alcuni di valore storico come Eliza di Joseph Weizenbaum (n.d.Esegeta). []
  3. Il cazzo. []

La Macchina di Turing Overclockata

scritto da Profeta Incerto
nov 30

Alan Turing intuisce il Problema della Fermata

Oggi tratterò un argomento un po’ “tecnico”, quindi chi non capisce alzi pure la mano, e con quella ci si attacchi ben bene al tram.

Tutti sapete che quest’anno si celebra il centenario della nascita di Alan Turing, quello famoso per la tesi di Church-Turing, per il Crucituring, per il Turing Club e naturalmente per le Macchine di Turing.

Una Macchina di Turing – semplificando fino alla trivialità – è il modello astratto di ogni computer possibile, il distillato matematico dell’idea di calcolatore: per funzionare prevede un programma e dei dati di input (come un pc) solo che i calcoli non li svolge su disco o su ram bensì su di un nastro unidimensionale virtualmente infinito.

E fin qui.

Secondo un’interpretazione comunemente ritenuta vera (la tesi di Church-Turing, che forse ho già nominato prima, ah sì, all’inizio) le Macchine di Turing rappresenterebbero nientemeno che il modello di ogni possibile procedura di calcolo, cioè – semplificando fino alla mortificazione – pure voi quando calcolate vi comportate come una Macchina di Turing.

Questo significa che se un problema di calcolo non è risolvibile da una Macchina di Turing non è risolvibile in generale, e se cominciate a percepire una lontana puzza di Gödel percepite bene.

C’è ancora qualcuno?

Meglio così.

Sfioriamo ora – semplificando fino all’ignominia – il cosiddetto Problema della Fermata, o dell’Arresto.

Supponiamo di voler provare a confutare un problemuccio di teoria dei numeri tutt’ora irrisolto: la congettura di Goldbach1. Come si fa? Si prende una bella Macchina di Turing, la si toglie dal cellophane, la si programma a modino2, la si mette in moto e, infine, si aspetta.

Se l’agognato controesempio esiste (un numero pari che non è somma di due primi) state sicuri che prima o poi la Macchina lo sputerà fuori. Il problema sorge se invece quel cazzo di numero non c’è, perché in tal caso la Macchina non ce lo dirà mai: semplicemente continuerà a cercarlo. Per sempre.

E non c’è modo di sapere prima se e quando verrà il momento di gettare la spugna.

– Io la spegnerei.

– Da quanti anni aspettiamo?

– Dodicimila. Dovrei anche andare in bagno.

– E se tra due minuti lo trovasse?

– E se non lo trovasse mai?

– Nel dubbio non ci resta che aspettare.

– Hai ragione. Per caso ti ricordi anche cosa stavamo cercando?

- No.

Viene da credere che per risolvere questo tipo di calcoli occorra avere a disposizione mooolto tempo, meglio ancora infinito.

Io invece penso che il tempo sia proprio l’ostacolo essenziale. Il punto è che ce n’è troppo.

Per questo propongo la Macchina di Turing Overclockata (MDTO). Si tratta di una Macchina di Turing che computa a velocità infinita: se quando poniamo un quesito alla MDTO quella ci si mette a pensare invece che dare immediatamente la risposta vuol dire che la risposta non c’è.

Il Problema della Fermata, limite fondamentale delle Macchine di Turing tradizionali, con la MDTO di fatto non si pone proprio.

Torniamo al nostro Goldbach: se un controesempio esiste la MDTO si fermerà istantaneamente, se invece la macchina prosegue a calcolare anche solo per un secondo possiamo concludere3 che non si fermerà mai, ovvero che la congettura di Goldbach è una verità matematica.

Ora, visto che un computer che calcoli a velocità infinita non ce l’abbiamo e probabilmente non lo avremo mai, che ce ne facciamo di tutte queste belle pippe? Ma è chiaro: le usiamo per azzardare una pippa ancora più spropositata, ovvero che laddove la velocità è infinita (o se preferite laddove non si dispiega il tempo) i problemi non computabili non sono più problemi4, ossia – semplificando fino alla transustanziazione – che fuori dal tempo si hanno tutte le risposte5.

Ok, quest’ultima l’ho sparata un po’ troppo avventatamente, ma…

Ehi, chi è che sghignazza là dietro?

Ah, sei tu Dio.

Nella foto: Turing intuì il Problema della Fermata
quando i vigili gli portarono via la macchina

(e Einstein che il tempo è relativo quando
gli si fermò l’orologio, e potrei continuare).

P.S.
Questo articolo partecipa alla cinquantaseiesima copiosa edizione del Carnevale della Matematica, ospitata da Leonardo Petrillo sul suo blog Scienza e Musica.

  1. Formulata nel 1742 e non ancora dimostrata, la congettura afferma che ogni numero pari maggiore di 2 può essere scritto come somma di due numeri primi. (N.d.Esegeta). []
  2. a) Prendi il primo numero pari non verificato, b) controlla se è somma di due numeri primi, c) se lo è passi al prossimo pari e torni al punto b. d) se non lo è ti puoi fermare, grazie. []
  3. Si tratta naturalmente di una conclusione non algoritmica, poiché non c’è una dimostrazione formale (N.d.Esegeta). []
  4. Tecnicamente i vantaggi di una Macchina del genere riguarderebbero “solo” i problemi cosiddetti semidecidibili, e non gli indecidibili – o non computabili (N.d.Esegeta). []
  5. Congettura del Profeta Incerto. []

Big Bang… Sssh!

scritto da Profeta Incerto
apr 13

Per quanto ne sappiamo quella roba che chiamiamo “tempo” ha iniziato a esistere col cosiddetto Big Bang.

Chiedersi cosa c’era prima del Big Bang non ha senso, perché non esiste nessun “prima del Big Bang”1.

A essere scrupolosi non si dovrebbe neanche dire “prima del Big Bang”, si dovrebbe iniziare la frase direttamente da “Big Bang”.

Ve lo ricordate il Big Bang? Dovreste, visto che c’eravate.

C’eravamo tutti, io, voi, Manuela Arcuri, Hitler, il cane di Hitler, il Sole e i cinesi. L’energia e/o la materia di cui siamo fatti viene da là e là c’era 13 miliardi di anni fa, miliardo più miliardo meno.

Mi correggo. Ho detto là. Volevo dire qui.

Perché il Big Bang non è accaduto lì, là o laggiù, ma per l’appunto qui, dato che esso conteneva tutto lo spazio e tutti i luoghi conosciuti e sconosciuti, compreso dove finiscono i cinesi morti.

Io il Big Bang me lo ricordo bene. C’è una domanda che mi pongo da allora: quanto dura il Big Bang?

Dopo averci meditato a luuungo ho deciso che le risposte possibili sono due, vedetevela voi:

  1. il Big Bang corrisponde esattamente al primo istante del nostro universo, e lì si è concluso;
  2. il Big Bang non è ancora finito e la sua durata coincide con l’attuale età dell’universo.

Bah.

Comunque, è un’altra la cosa che più mi impressionò del Big Bang.

Con tutta la sua squassante onomatopea, fu l’immenso… ancestrale… spaventoso… grottesco SILENZIO in cui accadde.

Brrr.2

Nella foto: come i documentari scientifici
rappresentano acusticamente il Big Bang.
E come invece dovrebbero farlo.

  1. E’ come chiedersi chi ha creato il creatore: non si può. []
  2. In realtà l’origine dell’universo è accompagnata dall’emissione di onde sonore, ma a una frequenza venti volte al di sotto della soglia di udibilità umana. Insomma un “bang”, ma col silenziatore. (N.d.Esegeta). []

Quanto manca alla Scienza?

scritto da Profeta Incerto
mar 2

Il Posto delle Fragole - Bergman, 1957

Ogni giorno cresce la scienza. Lì si scopre una particella, là si aggiusta una formula, laggiù si azzarda una teoria. Certo per ogni risposta conquistata si spalancano nuove domande, così oggi ne sappiamo più di ieri, domani meno di oggi, dopodomani staremo a vedere.

Con quest’andatura balorda pur s’avanza l’umano scibile.

Ma quante cose restano da conoscere?

Com’è noto, fedeli e fedelesse, personalmente sono dell’idea che non si può sapere tutto, perché quanto più ci avviciniamo ai fondamenti dell’esistente tanto più le nostre domande perdono di aderenza con la realtà1.

Però, ecco, nell’ambito di ciò che è alla nostra portata, quanto ci resta ancora da indagare?

Quanto manca alla fine della scienza, o della matematica, o della filosofia? Che percentuale del nostro massimale di conoscenza abbiamo raggiunto fin qui?

Il 20%?

Il 65?

Lo 0,2?

No, così, chiedo.

Nella foto: al posto delle fragole
oggi prendo l’abbacchio, grazie.

  1. Fare una domanda, per esempio, presuppone la causalità e il tempo. Quando questi requisiti iniziano a saltare si possono ancora fare domande? Bella domanda. []

Io e Me Stesso

scritto da Profeta Incerto
dic 14

Diversamente uguali

In cosa si differenziano due cose uguali?
Per esempio quelle due monete da un euro che hai in tasca, osservale bene.

ESEGETA
Mmm, sembrano nuove di zecca, stesso anno, stessa nazionalità, nemmeno un graffio… a me sembrano identiche.

PROFETA INCERTO
Dai qua… Ecco, brava scimmia, lo dicevo io, sono totalmente diverse!

Se le intasca subito perché tutti prima o poi
se l’aspettano, così nessuno si distrae1.

ESEGETA
Me l’aspettavo.

PROFETA INCERTO
E allora come fai a dire che sono identiche quando sono evidentemente fatte di atomi diversi e occupano ben distinte porzioni di spazio?

ESEGETA
Capisco, sono stato ingenuo e superficiale. Ma se al posto delle monete consideriamo degli oggetti astratti, per esempio due enti matematici?

PROFETA INCERTO
Stessa cosa. Vedi, Esegeta, due cose uguali si differenzieranno sempre per il fatto che una è una e l’altra è un’altra.

In logica si stabilisce che tra “a” e “b” sussiste una relazione di identità se e solo se ogni predicato valido per “a” è valido anche per “b”.
Ovvero, “a” e “b” sono la stessa cosa se tutto quello che posso dire di “a” lo posso dire anche di “b” e viceversa.

Il problema è che siccome uno lo chiamo “a” e l’altro “b” questa è già una proprietà che li differenzia.

Vabbè, allora chiamiamoli tutti e due “a” e diciamo che

a = a

Meglio così?

Mica tanto, perché l’ “a” che sta a sinistra dell’uguale non ha la proprietà di stare a destra e viceversa.

Il solo fatto di considerare due enti comporta che essi non potranno mai avere in comune tutte le proprietà: due cose sono per forza diverse. Dire che esistono due cose assolutamente uguali è contraddittorio.

Leibniz, che come è noto lo sapeva, taglia la testa al toro asserendo che per essere uguali in tutto e per tutto le due cose devono essere una cosa sola. Lo chiama principio di identità degli indiscernibili. In pratica dice che se “a” e “b” sono identici sei tu che ci vedi doppio.

Ma allora l’uguaglianza tra due o più cose è sempre apparente? Una roba può essere uguale solo a se stessa?

Molti logici sostengono di sì2.

Sarà. Personalmente non riesco a dire ad alta voce “io sono uguale a me stesso” o equivalentemente “io e me stesso siamo identici” senza sentirmi già un po’ dissociato.

Tutto chiaro?

ESEGETA
Sì. Io comunque ero da questa parte.

PROFETA INCERTO
Per chiarire il concetto, discepoli fedeli, o se preferite per contraddirlo, ripassate la parabola di Malfranco e Bengino a pag. 38 di C’era una volta che un giorno crollò.

ESEGETA
Lo farò senz’altro.

Nella foto: non si somigliano per niente.

  1. Un po’ come i camei di Hitchcock nei suoi ultimi film (N.d.Esegeta). []
  2. Il problema è come esprimere questa cosa senza ambiguità. Forse dovremmo smettere di considerare l’uguaglianza una relazione binaria. []

Credo in un solo Nulla

scritto da Profeta Incerto
mar 12

Nulla (il) è più grande di Dio

Non per ripetermi – oppure sì, per ripetermi – ma quello di Nulla è il concetto più estremo che la nostra mente possa lambire, l’ultima frontiera della ragione umana.

Molti di voi – moltissimi – obbietteranno che sono ben altre le idee inafferrabili a causa della loro mostruosa enormità: Dio, la Totalità degli Universi, l’Infinito…
sì, sì, vabbè, sciocchezzuole, cazzatine per adolescenti.

Nulla è come il Nulla.

Il Nulla è la cosa più inconcepibile che si possa non concepire, è l’antimateria dell’Essere, l’alternativa ontologica suprema, è il piccolo buco nero che si nasconde in fondo al nostro cervello, è il corto circuito violento del principio di non contraddizione: per essere deve non essere; c’è se e solo se non c’è.

Quando Leibniz si domanda “Perché esiste qualcosa invece che nulla?” si riferisce proprio a Lui, alla condizione perpetua di totale assenza di qualunque cosa: nessun oggetto, nessun concetto (compreso quello di Nulla), nessuna consapevolezza, nessun dio, nessuno spazio, nessun tempo, nessuna matematica, e infine nessuna possibilità che una sola di queste cose possa mai esistere.

Pausa. Fai vedere che c’è qua… mmm, crema di whiskey. Meglio di niente.

Che si diceva?

Di ogni cosa al mondo potete fantasticare che sparisca: cani, gatti, cavalli, cavalieri, superalcolici, ecc.

Ora, senza farvi male, immaginatevi che sparisca il Nulla.

Se dal Nulla si sottrae il Nulla non rimane Nulla, quindi rimane il Nulla1.

Boing.

Cos’è?

E’ il suono della ragione che rimbalza.

Perché non c’è nient’altro là sotto. Almeno non per noi. Potessimo affacciarci oltre quella soglia vedremmo, forse, i segreti dell’impossibile tempo prima del tempo, dell’insensato spazio oltre lo spazio, dell’assurda causa prima della prima causa2.

Ma allora, riepilogando, che ce ne facciamo di questo benedetto Nulla?

Boh, che ne so, intanto potete usarlo per dire ai vostri amici monoteisti che nella scala dei fondamenti ci sono cose che stanno prima di Dio. Anzi, se pure lui sentisse di dover pregare un’entità a sé soprannaturale, state certi che Dio adorerebbe il Nulla3.

Nella foto: (il) Nulla è più grande di Dio.

  1. Ancora un goccetto… []
  2. Non dico che da quella soglia non ci si possa affacciare, solo non attraverso la ragione. E non aggiungo altro perché mi brucia lo stomaco. []
  3. A meno che Dio non sia il Nulla, ma l’ho buttata lì. (N.d.Esegeta). []

L’Uomo che guarda

scritto da Profeta Incerto
ago 19

Voi Siete Qui

L’avrete letto, si mormora che nella nostra galassia potrebbero esistere almeno 100 milioni di pianeti simili alla Terra1.

Che uno dice “urca, tanti.”, poi però c’ha altro da fare e non ci pensa più. Così non si accorge che cento milioni non sa nemmeno quanti siano.

No, non lo sa.

E voi lo sapete quanti sono cento milioni di pianeti?

Ve lo dico io: no.

Per avere un abbozzo di consapevolezza di quanti sono davvero cento milioni di pianeti c’è un solo modo: contarli. Facciamolo insieme, è un importante esercizio di meditazione cosmica.

Allora. Cominciamo dal pianeta numero Uno, poi viene il pianeta numero Due, poi il numero Tre, oh e poi c’è il pianeta numero Quattro, il numero Cinque e il numero Sei, il Sette, l’Otto e il Nove, poi ci sta il Dieci, poi viene l’Undici e naturalmente il Dodici, il Tredici, il Quattordici, quindi il Quindici, poi il Sedici, come dimenticare il Diciassette, il Diciotto, il Diciannove, il Venti, il Ventuno e il Ventidue.

E finalmente arriva il Ventitré, poi il Ventiquattro, il Venticinque e il Ventisei, che ci porta al Ventisette, e poi al Ventotto, al Ventinove, e così via il Trenta, il Trentuno, il Trentadue, Trentatré, Trentaquattro cinque sei sette otto nove Quaranta.

Ecco il Quarantunesimo pianeta, il Quarantaduesimo, là c’è il Quarantatreesimo, poi il Quarantaquattro, il Quarantacinque, il Quarantasei, il Quarantasette, e ancora il Quarantotto, Quarantanove, Cinquanta e Cinquantuno, Cinquantadue e Cinquantatré, e Cinquantaquattro, e Cinquantacinque, e Cinquantasei, e Cinquantasette, e Cinquantotto e Cinquantanove Sessanta Sessantuno Sessantadue Sessantatré Sessantaquattro e così via continuate voi, mi raccomando, uno alla volta, fino a Cento Milioni.

Fatto? Ok, ora possedete una blanda cognizione del dato, contentiamoci.

Tutto questo (e permettetemi di sottolineare, visto che sai magari uno legge di fretta) TUTTO QUESTO si trova in quella ciclopica, sterminata porzione di spaziotempo che corrisponde alla nostra galassia2.

Ora, la nostra galassia non è naturalmente l’unica. Ma quando uno legge che nell’universo di galassie ce ne sono 100 miliardi – secondo stime neanche le più abbondanti – magari fra sé dice “uau” ma poi siccome ha altre cose da fare…

No perché sapete quante sono cento miliardi di galassie?

Allora.

C’è una prima galassia, la numero Uno, che già da sola è tanta tanta roba, poi c’è la numero Due, immensa che la metà bastava, poi la numero Tre, inconcepibile, paurosa, poi c’è la galassia Quattro, c’è la galassia Cinque e la galassia Sei, c’è la Sette, la Otto e la Nove, ci sono la Dieci (mastodontica) e la Undici (mostruosa), infine la Dodici, la Tredici, nondimeno la Quattordici e la Quindici, c’è la galassia Sedici, la Diciassette, poi c’è la Diciotto, la Diciannove, la Venti, la Ventuno… avanti così, dai che ti fa solo bene.

Nella foto:
x = e quanti universi ci sono?

P.S.
Questo articolo partecipa alla decima edizione del Carnevale della Fisica, ospitato questo mese sul bellissimo blog del bellissimo Popinga.

  1. Ossia potenziali ospiti di vita, di un’evoluzione, qua e là magari anche di intelligenza, e quindi di pensieri, amori, sogni, domande, orgasmi, piatti del giorno, poesie e altre di queste complicazioni. []
  2. Che si chiama Via Lattea, casomai vi capitasse di dover dare indicazioni. []

Il Nulla e Sant’Anselmo

scritto da Profeta Incerto
giu 10

La premessa della celebre Prova Ontologica dell’Esistenza di Dio di Sant’Anselmo d’Aosta definisce Dio come

“Ciò di cui non possiamo pensare nulla di maggiore”
(aliquid quo nihil maius cogitari possit ammazzatte)

Da questa definizione Anselmo dimostra facilmente che Dio esiste: se non esistesse si potrebbe infatti immaginare un Dio identico ma che, in più, esiste, si potrebbe pensare insomma qualcosa di “maggiore”, ma questo andrebbe contro la suddetta definizione di Dio, dunque Dio c’è.

Bella roba la filosofia, eh?

Poi arriva Kant e dice aspetta, l’esistenza in realtà non aggiunge nulla ai concetti: la definizione di Dio, per esempio, è la stessa sia che Dio esista sia che non esista, e dedurre la realtà di una roba dalla sua definizione è un “salto mortale metafisico”1.

Ma nell’argomento di Sant’Anselmo c’è un abbaglio ben più sostanziale, un vizio primordiale preso sottogamba financo da Kant2.

Il punto è: siamo sicuri che Dio sia davvero la cosa maggiore pensabile? Siamo sicuri che non esista un concetto più grande?

Spero non ve lo stiate chiedendo sul serio, visto che la risposta è già nel titolo di questo post.

Esterno notte, Profeta Incerto e il fido Esegeta
percorrono un sentiero di campagna
rimirando la volta prepotentemente stellata.

ESEGETA
Cacchio!

PROFETA INCERTO
Che accade, Esegeta?

ESEGETA
Ma anche qui ci portano i cani?!

PROFETA INCERTO
Le metafore della vita.

ESEGETA
Eh?

PROFETA INCERTO
Guardare le stelle e pestare una merda. Pensaci. Ma parliamo del Nulla, va’, che questo post già se n’è andato per le lunghe.

ESEGETA
Ci vuole un rametto, qualcosa, aspetta un attimo.

PROFETA INCERTO
Il Nulla è ciò di cui non possiamo pensare nulla di maggiore. Il Nulla è il concetto maggiore che c’è perché rimane quando si immagina di togliere tutto il resto, Dio compreso. Il Nulla non si può togliere perché rimane se stesso, all’infinito.

ESEGETA
Guarda qua che schifo…

PROFETA INCERTO
Lo spazio e il tempo si sviluppano nel Nulla. Nel Nulla si estendono il finito e l’infinito. Qualunque immane totalità facciamo lo sforzo di concepire, la sua alternativa inesistente è più vasta, in quanto diffusa in un mastodontico substrato nullico. Il Nulla è la zeroesima dimensione, l’assenza di punti geometrici.

ESEGETA
Mi sa che queste le devo buttare, cavolo.

PROFETA INCERTO
A questo punto potresti chiedermi in che senso il Nulla è un concetto maggiore di Dio.

ESEGETA
Scusa, sì. Quali sono i rapporti tra Dio e il nulla?

PROFETA INCERTO
Il Nulla è qualcosa che Dio stesso può soltanto immaginare. E’ l’unica cosa che non può aver creato. Se Dio può pensare alla sua stessa assenza allora concepisce qualcosa di più fondamentale di sé.

ESEGETA
Sconcertante e profondissimo, Maestro. Senti, mi dispiace per prima, forse stasera era meglio se…

PROFETA INCERTO
Hai risolto?

ESEGETA
Il grosso sì.

PROFETA INCERTO
Andiamo, allora. E rallegrati: se puoi calpestarne uno vuol dire che non sei tu lo stronzo.

ESEGETA
Grazie.

PROFETA INCERTO
Ah, c’era un errore nella tua domanda di prima.

ESEGETA
Che errore?

PROFETA INCERTO
Ortografico. D’ora in poi, quando nomini il Nulla, fallo con la enne maiuscola.

Nella foto: se non c’è Nulla, cosa c’è?

  1. O più efficacemente “una cazzata”, come pare fosse nella prima stesura della Critica della Ragion Pura. Comunque bella robina davvero, sì. []
  2. Si dice in verità che a Kant non dispiacesse prendere cose sottogamba. []

Il Principio di Esistenza Obbligatoria

scritto da Profeta Incerto
mag 15

Esiste un x tale che x non esiste

Parecchi anni fa disquisivo con un saggio indiano1 su una delle Domande Fondamentali più profonde, forse la più profonda concepibile da qualsivoglia essere senziente. La domanda è questa:

Perché esiste qualcosa anziché nulla?2

Per capire quanto sia vertiginoso il quesito chiudete gli occhi e fate questo esperimento: provate a visualizzare che voi stessi, quello che vi circonda, l’universo intero, lo spazio, il tempo, e ovviamente Dio, ecco immaginatevi che tutto questo non sia mai esistito.

Coraggio, respirate e provateci, io intanto mi rollo un cannone.

. . .

Ok, basta così.

Se ad un certo punto avete avuto la sensazione come di un gigantesco effetto Larsen mentale, come se un improvviso TIR neuronale con gli abbaglianti sparati avesse deciso di precipitarvi addosso costringendovi a scagliarvi immediatamente via dalla strada pena la perdita della vita o della sanità mentale, allora congratulazioni: avete raggiunto l’esperienza mistica che alcuni eletti realizzano quando tentano di immaginare il nulla3.

Ad ogni modo, parlavo con questo indiano4 quando lui osservò che la risposta all’arcano quesito si trova nel concetto stesso di “nulla”:

il nulla è qualcosa (!) che per definizione non esiste5, ne segue che tutto ciò che esiste non può non esistere.

Ovvio, no?

In altri termini: se definiamo il nulla come tutto ciò che non esiste, allora tutto ciò che non è il nulla deve esistere per forza.

Chiaro.

Insomma: la possibilità che ciò che esiste non esista non esiste – vabbè era meglio come l’ho detto prima.

In definitiva la risposta a perché esiste qualcosa anziché nulla? E’ perché il nulla in quanto tale non esiste, quindi tutto deve esistere necessariamente.

Il saggio indiano6 lo chiamava “Principio di Esistenza Obbligatoria” e ne andava orgoglioso come se fosse un’importante scoperta logica, invece che una cazzata.

Del nulla parleremo ancora e approfonditamente. E’ incredibile quante cose ci siano da dire sul nulla7.8

Nella foto: “qualcosa non esiste”
(esiste un x tale che x non esiste)

P.S.
Questo articolo partecipa al ventiseiesimo Carnevale della Matematica ospitato da Gianluigi Filippelli sul blog Scienze Backstage.

  1. Non mi ricordo come si chiamava, faceva il perito informatico a Pisa. []
  2. Leibniz? (N.d.Esegeta). []
  3. La guardia medica parlò di una blanda crisi di panico da agorafobia (N.d.Esegeta). []
  4. Aveva pure una sorella discreta… Alessia? No, macché Alessia… []
  5. Parmenide? (N.d.Esegeta). []
  6. Qualcosa tipo Meeda, Meera, Meena… Forse c’ho ancora il numero, di là. []
  7. Non ci sono un po’ troppe note a questo giro? []
  8. Sì. (N.d.Esegeta). []